L’estero é una cittá (da Bitto-Italiano)

Un articolo da Bitto :

Sono tanti gli articoli su chi vive all’estero, tanti quelli che dipingono le vite e le esperienze di chi va via dall’italia e ne narrano le abitudini. L’italiano all’estero é cosí, fa questo ma non fa quello, é attaccato alla sua patria e ne é distaccato. Ognuno alla sua maniera interpreta le giornate nel posto che ha scelto per portare avanti il suo esodo con meta temporale: é la meta successiva ma altre ce ne saranno da conquistare, é una fotografia sul sughero accanto a tanti spazi vuoti, quelli che saranno riempiti dalle mete del futuro. Ho sempre avuto questo sentore: chi parte e lascia la sua cittá lo fa in cerca di nuovi stimoli o perché attratto sentimentalmente da un luogo nel mondo. Piú comunemente lo fa con spirito di alienazione o repulsione: lo spirito e quello di un voluto allontanamento dal luogo di origine. Non entro nel merito della scelta quanto del risultato dell’evento. Cosí facendo si lacerano le fibre che ci legano alle strade, alle piazze, alle nostre macchine e alle nostre cucine che ci hanno regalato riunioni di famiglia e cene con amici, al negozio preferito e all’alimentari di fiducia, al messaggio dell’amico, al “fai uno squillo quando sei sotto casa!” e alla mamma che si preoccupa se alle 3 di otte non ti vede ancora rientrare. In una maniera assolutamente indipentende e personalissima l’italiano medio (ammesso che ce ne sia uno indice o anulare) si stacca dalle sue radici come un magnete dalla porta del frigorifero o come una figurina dall’album Panini del ’94 (per capirci, quello con Gullit alla Samp e Signori capocannoniere) e comincia una caduta libera verso il pavimento, ciondolante come la piú sottile piuma che cade da un airone in migrazione. E fugge, anche a passo lento per caritá, verso un duty free e una macchina temporale con su scritto: 12C, lato finestrino.

 Mi colpí un collega che incontrai poco dopo essermi trasferito nella mia ultima e attuale destinazione. Mi disse: “e tu da cosa scappi?”. Lí per lí non la presi molto bene e risposi con l’orgoglio nello stomaco di chi pensava di conoscere la risposta e dissi: “io non scappo da niente”; e lui: “ tutti quanti scappiamo da qualcosa”. Passai molto a pensare alle sue parole e alla fine, con un pó di rammarico, arrivai a dargli ragione. La scelta per la maggior parte degli esodati riflette un sentimento di smarrimento a cui dare voce, la voce stridula di chi sente di doversi allontanare alla ricerca della felicitá.

Ho vissuto diversi anni lontano dalla mia Nazione e l’ho sempre fatto consapevolmente, mai per costrizione, ma sempre mosso da ragioni differenti. Lo stesso ho incontrato nei racconti di chi, come me, ha fatto le stesse scelte. Quello che invece ho trovato raramente é quel sentore di permanenza assoluta e fusione con la nuova destinazione. Chi va fuori fissa il mappamondo davanti ai suoi occhi e vede solo due colori. Nel planisfero ogni nazione ha il proprio; l’esodato ne vede solo due: uno per l’Italia e uno per il mondo, al massimo un terzo per i paesi extra Europa. Perde quel passaporto con su scritto Repubblica Italiana e, con fierezza, ne porta un altro nella tasca dietro dei pantaloni con su scritto MONDO. Ognuno a modo suo prende usi, abitudini e vizi degli autoctoni ma in qualche modo si sente con meno limiti rispetto a loro: sa che oggi sará lí, domani chissá dove. I legami sono meno forti e la posizione di imparare la nuova planimetria di una nuova cittá non lo spaventa, anzi, lo spinge un passo piú in lá. Ci si sente come se ci si trasferisse in un nuovo arrondissement poco importa se a qualche ora di viaggio o ad un altro fuso orario. Ci si sente quasi con lo zaino costantemente pronto e in spalla, quello zaino che bagna le schiene sudate dei backpackers. Ogni goccia che assorbe é un’esperienza da conservare in un cassetto sperduto della memoria. 

Oh si! una delle cose piú difficili resta la condivisione. Non intesa come quel processo di fratellanza e racconto di esperienze vissute ma si, come lo stato di adesione a una visuale, a uno stile di vita, a un processo. Ci si puó sempre ritrovare intorno a un tavolo e raccontarsi i propri fatti, altro é avere un approccio comune. Cosí si puó incappare in accenti di incomprensione attiva e passiva: l’esodato non si sente capito e chi ascolta non vede la realtá con i suoi stessi occhi. Cosí passa avvicendevolmente dall’essere il Braveheart del quartiere, il coraggioso che ha preso in mano la sua vita, ha varcato la soglia e ha piantato la sua salda impronta nei lidi d’oltralpe al Pierino della situazione, l’architetto e i conpartecipe dell’Italia che va giú e di cui ne é complice refrattario, quello che scappa perché se la fa sotto: il primo sul podio e il non classificato.

E un altro si! Quando vai via ti rendi conto davvero di ció che hai lasciato. Tutti lo dicono dei propri paesi ma noi conserviamo l’innominabile segreto: siamo il paese piu bello del mondo. E lo diciamo col petto gonfio e un ghigno al lato destro della bocca, con l’espressione fiera e con una lacrima in piú ad ogni complimento che si assopisce sulle nostre orecchie. Siamo fionde cariche d’entusiasmo e propositi, il laccio é tirato al massimo, poi spariamo! Noi ci scaraventiamo lontano ma l’impugnatura in legno della fionda resta in patria. E con una sorta di colpo della frusta ci riporta a casa in in istante. E si, ci manca il sole! Ma il sole é energia, non vita. E se il sole te la dá ma qualcos’altro te la toglie risulta che la media non varia. E in ogni caso se hai troppo tempo per goderti il sole non ti senti nobilitato nemmeno dal proverbio del lavoro.

E, l’ultimo si! L’esodato accetta all’estero anche lavori per cui in patria storcerebbe il naso, si, ne é consapevole. E la necessitá dello spiccio per pagare le uniche mura che gli profumano di casa a volte lo spingono alla sodomia della dignitá anche se queste risultano umide, maleodoranti o ammuffite. Ma spesso torna a casa sereno, cosciente che almeno é riconosciuto come persona, che é trattato da uomo e che lo sfruttamento sará pure sia fisico che mentale ma lo riconoscono con dignitá. Non gli interessa il prestigio in sé ma il prestigio della sua stessa dignitá.

L’esodato riempie le statistiche e allo stesso tempo si sente solo come una virgola in mezzo a quei numeri. Combatte con la costante congiunzione diabolica vittima di tante riflessioni, il “se”. E se…? …fosse rimasto, provasse a tornare, a cambiare le cose da dentro, a cercare di istruire, di innovare, di portare la sua conoscenza, di implementare modelli che funzionano altrove, di cambiare la mentalitá dell’io contrapposto al noi. Poi i “se” diventano sempre piú grandi e lo fanno cadere in vortici in cui ruotare il senso di direzione diventa impossibile e si sente sopraffatto e il qualche modo sconfitto.

Non c’é una soluzione ma in fondo: un’altra cittá, la prossima, é solo a un passo un po’ piú in lá.

Bitto

L'estero e una città
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