La foto sotto l’albero

Traduzione da Alessandra S.

Ancora questo cazzo di dolore lancinante. Vorrei trapassarmi il petto, mi guardo intorno, non trovo niente di abbastanza tagliente. Lei mi manca. Mi connetto a Facebook per spiare la vita dei miei amici immaginari e trovo solo coppie della mia età, felici di trascorrere il primo Natale insieme. Alberi di Natale, palline, agrifogli e tutti gli addobbi del caso. Non riesco a fare altro che rimuginare nella mia penosa stanza in disordine, buia e asfissiante. Soffoco. Non faccio proprio parte di tutto questo, non sono il tipo da foto sotto l’albero, non ho mai avuto il pollice verde, ci ho provato, impossibile coltivare alcunché, prima o poi finisce sempre per appassire.

Stamattina ho lasciato tutto il bordello così com’era e me la sono filata. Sono arrivato alla stazione e ho preso un biglietto per Lille. Così, giusto per vedere un vecchio amico e distrarmi un po’. Adesso viaggio in prima classe, i sedili sono più comodi e spaziosi, ma non è questo a motivarmi. Quando sono in prima classe, è semplice: mi sta dritto. Mi immedesimo in uno di questi manager in business trip o in uno di questi vestiti da pinguini. Mi piace arrivare nel loro vagone da ricchi con passo sicuro, squadrando tutti dalla testa ai piedi. Sì, anche tu, povero sfigato, fai parte del club. È come appartenere a un gruppo, o a una setta: ci sono quelli in testa al treno e poi tutti gli altri ammassati in fondo. L’altro vantaggio della prima classe sono le belle ragazze. Già le sento le vostre urla, il vostro disprezzo a dirmi che non c’è nessuna correlazione tra la bellezza e i soldi, ma io vi mando a cagare, perché sono un rifiuto e dico quello che mi pare e piace, e in più è vero. Ogni volta che prendo un biglietto di prima classe c’è almeno un pezzo da novanta nella mia carrozza. E quando dico cute, non intendo la ragazza che finisci per considerare carina una sera perché non hai altro da mettere sotto i denti. Qui parlo di roba seria, di quelle che ti farebbero dimenticare da dove arrivi.

Mi sistemo accanto al finestrino e mi sparo Hotel in Brixton, una melodia morbida che mi fa pian piano sprofondare in un languore nostalgico. Osservo le persone sui binari, dispiaciute di lasciare amici, fidanzati, parenti, e ripenso alla mia situazione. Mi faccio pena, invidio quelli che sanno di mancare a tutti. Ripiombo nei miei sovrappensieri, nelle mie fisime, voglio metterle a tacere una buona volta e riprendere il controllo, non voglio più ripensare ai momenti insipidi che sto vivendo. Una voce mi impedisce di continuare a lamentarmi in pace. Mi volto, è una donna e, indovinate, è strepitosa. Piuttosto magra ma formosa, ha lunghi capelli castani che scendono delicatamente fino al fondoschiena, occhi verdi e deliziose labbra carnose, e qualche lentiggine sulle guance. Unica nota stonata, tiene per mano un tamarro con i Rayban (ma attenzione, non i Wayfarer, ma il modello old school che non va più di moda neanche tra i pedofili). A questo si aggiunga un completo infradito e canottiera ed eccoci davanti a un esemplare perfetto per la raccolta differenziata. Ho il voltastomaco, ma mi concentro sulla sua pollastrella. Mi piacciono davvero i suoi due pallini verdi. Mi dice che ho preso il suo posto. Decido di adottare un atteggiamento distante e superiore: questo tipo di ragazze non deve sapere che le trovo attraenti. Mi alzo e le cedo il mio posto. Lei lascia cadere la borsa e lancia un’occhiata nella mia direzione. Vede che la sto aspettando in piedi per potermi rimettere a sedere. Mi passa davanti e mi sfiora la spalla. Rimango sorpreso da questo contatto e penso già a sbottonarmi i pantaloni, ma lei scende sul binario a discutere con quel tappo del suo boyfriend.

Non mi faccio scrupoli a guardarla. Però devo ammettere che ha un look da prostituta, peccato, molte ragazze non sanno più essere eleganti al giorno d’oggi. Indossa un vestito beige corto e attillatissimo che lascia in bella vista il decolleté e buona parte delle cosce. Ha un body spettacolare. Sono a un passo dall’aneurisma. Vedo quell’idiota del suo gonzo palpeggiarle il culo e baciarla come un morto di fame. Com’è possibile che uno sfigato simile possa farsi una donna così? Mi ripeto che deve avere una vagonata di soldi o un pene enorme, è sempre una delle due possibilità, forse entrambe, ma questi casi sono rari e dovrebbero essere assolutamente proibiti da Gesù. Ma allora perché? Non può essere per le sue capacità intellettive, mi ripeto: porta le infradito e una canottiera, per giunta in pubblico!   

La partenza è imminente, lei risale sul treno in gran pompa. Una ciocca di capelli le ricade sul viso, quasi mi sciolgo sul sedile ma resto impassibile, faccio finta di non calcolarla. Ho sempre l’iPhone che mi trapana i timpani, va tutto bene. No, non va bene per niente, non riesco a concentrarmi su Sushi dei Cocoon. Guardo e riguardo ancora questa bomba seduta alla mia destra e ho già dimenticato tutti i problemi di ieri sera. Essere uomo è fantastico. Il treno parte, lei sfila il computer dalla borsa e cerca suo malgrado di attaccare il caricatore alla presa. Io ho già tolto gli auricolari e tirato fuori un libro, così, per passare il tempo, ma soprattutto per mostrarle che so leggere. Non riesco nemmeno a immergermi nelle avventure sessuali di Bukowski, non faccio altro che spiare alla mia destra. Lei sfoglia foto di sé stessa sul PC, alla faccia dell’umiltà… mi rimetto comodo di nuovo, lei è veramente carina quindi le perdono tutto quello che vuole. Essere uomo è da coglioni.

Non mi tengo più, devo agire, parlarle, ma come sbloccare la situazione? Non trovo niente, nessuna possibilità, così aspetto che succeda qualcosa. Non succede nulla, niente di niente, zero tagliato. Lei smette di masturbarsi con le sue foto e cerca di adottare una posizione confortevole. Ho voglia di saltarle addosso, strapparle i vestiti e fare l’amore lì, in mezzo ai campi. Ma invece di fare tutto questo, prendo il portatile e inizio a scrivere. Vedo che legge sopra la mia spalla. Perfetto, carte a me. Si chiederà che cazzo faccio, e nemmeno io so che cazzo sto facendo. Rileggo uno dei miei racconti, poi mi metto a fare alcuni esercizi nella lingua di Dante (lo scrittore, non il difensore del Bayern Monaco) e a scrivere frasi che non hanno assolutamente senso sperando che non sia italiana. Mi dimeno per dimostrarle che sono intelligente e che non farei mai gli errori di buon gusto del suo tipo. Mi guarda con attenzione, forse con ammirazione oppure come se fossi un fenomeno da baraccone, propenderei piuttosto per il fenomeno da baraccone.

Dopo un’ora di viaggio, non ho più niente da mostrarle. So fare anche la ruota, ma ho paura di non avere abbastanza spazio per riuscirci. Rimetto Bukowski sul tablet, la situazione mi sta veramente stracciando i coglioni, così mi armo di coraggio. Mi giro verso di lei e le lancio un “dov’è che vai?” stile ghetto school. Lei si volta e risponde: “Vado ad Arras”. Niente di meglio per rompere il ghiaccio. Cominciamo a parlicchiare, il dialogo non è molto palpitante. Domande di base, risposte senza interesse. Non sembra pretenziosa, anzi piuttosto naturale per una ragazza che sa di far parte della confraternita delle bombe atomiche. D’altro canto, devo ammettere che si esprime super lentamente, non si direbbe una scheggia. Comincia quasi tutte le frasi dicendo “beh, sai” e ogni volta che rispondo, mi guarda come un’oca a cui si cerca di insegnare la break dance. Le racconto un po’ la mia vita, lei dice che mi osservava prima ed è scioccata. Trova che non lascio un attimo in pace il mio cervello, che leggo, scrivo, correggo. Muoio dalla voglia di risponderle che lei, invece, dovrebbe andare a cercare il suo prima possibile. Le faccio delle domande per risolvere l’enigma del truzzo con le infradito e scopro che fa il calciatore. Non è altro che la fidanzata di un calciatore. Era così semplice. Mi dice “beh, sai, siamo appena andati a convivere, bla, bla…”, non ascolto più, sono disgustato. Il mio triste pene si dichiara vinto e batte in ritirata.

Non posso competere contro un calciatore professionista, anche se è decerebrato e brutto come un pidocchio. Non concorre nella mia stessa categoria. Ha un portafogli carico, una situazione avviata, un ego smisurato, tutto quello a cui aspira una donna.

Ci rimango un po’ di merda, sono deluso, pensavo fosse solo un povero idiota a cui avrei potuto soffiare la fidanzata, come tutti i rifiuti che si rispettino. Di lei, scopro che fa la modella, che lascerà la sua natale Arras per andare a vivere da lui. Mi confessa che ha paura di lasciare tutto per un uomo, lei, così indipendente, è ormai pronta a tarparsi le ali per il bene della coppia… sicuro! È stracontenta di avergli messo le grinfia addosso. Rumino questo fallimento, avevo l’impressione che avevamo un certo feeling, ma dimenticavo: i calciatori stanno con le modelle, ciclo animale del ventunesimo secolo. Io, semplice studente, looser in potenza, come ho potuto solo pensare una cosa del genere? Ho fatto tutto da solo, i nostri figli sarebbero stati così belli… Mi annuncia che sente freddo e si vuole cambiare. La lascio passare.

Torna un quarto d’ora dopo con un paio di skinny e un top che le strizza ancora di più le tette, poverina… Insomma, il tipo di look che piace agli uomini di quel genere. Tutti i maschi della carrozza l’hanno notata non appena è passata. La stanno tutti spiando, pronti all’attacco. Un tizio di fronte a me non smette di occhieggiarla e non si dà neanche tanto da fare per nasconderlo. La moglie continua a parlargli, ma a lui non gliene sbatte un cazzo di quella rincoglionita in menopausa, vuole la morettina fresca come la prima brezza. Lei si rimette al suo posto e comincia a sonnecchiare. Riacchiappo il mio libro con disprezzo. Ogni tanto le lancio uno sguardo e mi metto i Wayfarer per essere più discreto. Secondo voi a cosa servono lenti così scure? In questa occasione avrei dovuto fare il cambio con gli occhiali da sole del fidanzato, si sarebbero adattati meglio al mio slancio da pervertito. Il suo collo è punteggiato da minuscoli nei. Vorrei potermi immergere nella sua maglia, in cui mi perderei con un piacere non dissimulato. Il TGV frena, siamo arrivati ad Arras. Non oso chiederle il numero di telefono o il contatto Facebook, a che servirebbe? “Forse ci rivedremo a Nantes”, le dico. Lei annuisce e mi saluta. La osservo allontanarsi. Il treno riparte, la cerco sul binario, non c’è più. Ho come un senso di incompiuto. Riprendo a leggere, sento che il cervello ricomincia a irrigarsi correttamente. Il vecchio riparla alla moglie, mi rimetto gli auricolari.

Non ci siamo mai più rivisti.

late_night_train

Grazie ancora a Alessandra per questa traduzione. L’originale in francese qua.

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